Contro Natura

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Anche questa estate sarà una lunga corsa , come da molti anni a questa parte . Sarà necessario correre più forte dei funghi , delle muffe , dei virus , degli insetti , dei cinghiali , dei caprioli , degli storni , del caldo , della grandine , della vigoria delle viti , dei venti , di tutte le armi di cui la natura dispone   per cercare di distruggere il tuo lavoro . C’è poco da fare , la natura è contro di noi , in ogni istante , per ventiquattrore al giorno : vuole sempre riportare tutto all’origine . Per questo il vino , qualsiasi vino , dal Jakot al Castellino , dal Querciola al Tavernello , dal Ammàno al San Crispino , sarà sempre ed inevitabilmente un prodotto fatto contro natura .

Un po’ di Ravaldino anche a Marsiglia

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Terroirs d’Images è una bella mostra internazionale di fotografie sulla vigna e sul vino che quest’anno si svolge a Marsiglia ed inaugura proprio in questi giorni. Il tema di questa edizione è ” Le vin, la vigne et le sacrè ” e anche due nostre foto sono state selezionate dalla giuria internazionale e saranno esposte durante la manifestazione e poi durante le varie mostre itineranti in giro per la Francia. Insieme a Terroirs d’Images si svolge anche Oenovideo , una grande rassegna di film e documenatari sempre legati al vino e alla viticoltura . W la France , W Ravaldinò .

Nell’ultimo numero del Gambero Rosso si parla di Predappio

Sull’ultimo numero del Gambero Rosso in un bell’articolo di Emiliano Gucci si parla di Predappio , dei suoi vini e delle storie di chi li produce : lo spunto è l’assegnazione dei Tre Bicchieri a ben tre aziende predappiesi nell’ultima edizione della Guida dei Vini , ma poi l’articolo fornisce una chiave in più per capire uno dei territori che meglio stanno interpretando i cambiamenti in atto e che contribuisce in modo determinante al racconto della Romagna in Italia e nel mondo. Buona lettura .

Il vino e l’esibizionismo social

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Hai visto su Féisbuc le mie bevute di ieri? Sono andato da Gigione Lo Zozzone e mi sono fatto una verticale di Monfortino dal ’53 al ’98”. “Eh, figo! Io invece ho appena messo su Instagram le foto della comunione di mia nipote, due Salon ’88, due Cristal ’92 e l’Oenothèque ’69 di mia suocera, da paura!”. “Cavolo, dell’88 io ho bevuto il Clos du Mesnil l’altra sera dal kebabbaro di via Fioravanti, hai visto sulla mia ultima story?”. “Pensa che da quel kebabbaro mi sono sparato un La Tâche ’47 ancora in gran forma, il dramma è che mi si era scaricato lo smartphone…” “Vabbe’, allora è come se non lo avessi bevuto”. Posso dirlo francamente, che mi sono rotta le balle di avere la bacheca intasata di Krug, Romanée Conti, Château Margaux e compagnia cantante? Pure la zia Peppina, ormai, mi snocciola le sue bevute di Grande Année, P2 e Belle Époque! Magari la mia è solo invidia, e neanche tanto sana. Però la faccenda inizia a irritarmi, deprimermi, e pure annoiarmi (non necessariamente in quest’ordine). Da un po’ di tempo a questa parte osservo un trend oscillante fra l’esibizionismo e il voyerismo, tra l’autocompiacimento e la masturbazione, che poco c’entra con la condivisione e con la comunicazione del vino. Saggiamente, l’amico Emanuele Giannone ha sentenziato “la comunicazione costa tempo, il riconoscimento no” e questa cosa mi ha fatto riflettere. Siamo tutti riconosciuti (e riconoscibili) per le bevute che sfoggiamo? Tanto più figa è la bottiglia che teniamo a portata di click, quanto più fighi, stimabili, ammirabili e invidiabili risultiamo noi, a prescindere da ciò che raccontiamo? Stando a quanto vedo ultimamente, pare proprio di sì. Su una batteria di bottiglie aperte, quella che finisce sui social è sempre la più prestigiosa. Che poi il contenuto del post sia pressoché nullo a livello di informazione, credibilità, critica, o semplicemente di ricerca e originalità, poco importa. Un’immagine ben confezionata, accompagnata dallo slogan “definitivo”, “unico”, “assoluto”, “top”, e il gioco è fatto. Ormai, quando vedo la foto di un Dom Pérignon, a me sale la carogna. L’obiettivo non è (quasi) più la condivisione di una grande emozione o di una bella esperienza, l’analisi, la riflessione o la scoperta, ma è lo sgargiante, roboante e fulmineo sfoggio di un lustro irraggiungibile ai più. Anche per il vino sta diventando una faccenda di emulazione e ostentazione. Peraltro, la maggior parte dei vini che vedo sfilare sulla mia home page io non li ho neppure mai assaggiati, e spesso mi chiedo dove la gente trovi i soldi per comprarseli. Per me rimane un mistero. Ma anche volendo tralasciare il (non trascurabile) aspetto economico, la sensazione è che lo scopo sia diventato quello di ottenere visibilità, piuttosto che condividere contenuti e offrire spunti di riflessione. “Più che un orientamento, è una sorta di adescamento”, ha detto ancora il saggio Giannone. A me sembra un’ipertrofia del Bar Sport, dove si giocava a chi la sparava più grossa, tra un frizzantino e una birretta. Con la differenza che, lì, tutto si esauriva nelle quattro mura del bar.

Lisa Foletti  su Intravino

Assegnato il progetto di restauro e di recupero della Casa del fascio di Predappio

Per ovvi motivi, la casa del Fascio di Predappio è un edificio unico e speciale rispetto ai tanti edifici simili che Mussolini ha voluto realizzare in varie città d’Italia. È speciale fin dal suo progetto, firmato da Arnaldo Fuzzi, ingegnere, classe 1891, iscritto ai fasci di combattimento dal 1921, amico personale del duce e presidente della consulta generale Edilizia e urbanistica del ministero dell’Africa Orientale Italiana. Fuzzi disegna un edificio monumentale e decisamente sovradimensionato (18mila mc) rispetto all’abitato di Predappio di allora, con l’obiettivo di farne un luogo di propaganda non solo per i residenti ma anche per chiunque avesse desiderio di visitare e conoscere il paese di nascita del duce (che oggi ospita anche le sue spoglie). Da qui il nome di “Casa del Fascio e dell’Ospitalità” con cui fu battezzato l’edificio, completato e aperto al pubblico nel 1937, dopo tre anni di lavori nell’area adiacente all’allora Piazza Benito Mussolini, oggi piazza S.Antonio. 

Per la sua inaugurazione fu scelta la data del 21 aprile, giorno natale di Roma. L’avvenimento fu celebrato con un grande ballo notturno alla presenza di Rachele Mussolini, Achille Starace e Galeazzo Ciano: «La Casa del Fascio di Predappio ed i nuovi magnifici locali del Dopolavoro», titolava “Il Popolo di Romagna” raccontando l’avvenimento. Dopo decenni di abbandono, l’attuale sindaco di Predappio, Giorgio Frassineti (in scadenza tra pochi giorni), ha voluto avviare il complesso percorso per riutilizzare l’immobile, la cui proprietà è stata trasferita dall’Agenzia del Demanio al Comune, applicando le norme del cosiddetto federalismo culturale. La richiesta di trasferimento è stata motivata con un progetto di riutilizzo che è costato infinite polemiche al sindaco che lo ha proposto. Come spiega lo stesso Frassineti (si veda intervista a questo link), l’idea è infatti quella di dedicare l’edificio al racconto e alla comprensione del fascismo in Italia, a partire dalla sua genesi e fino alla sua caduta. E siccome i tempi, evidentemente, non sono ancora maturi per un approccio al fenomeno del fascismo esclusivamente di tipo storico, il progetto di recupero dell’edificio di Predappio – che, come spiegano i documenti dell’epoca, doveva trasmettere «l’ansito e la forza costruttiva dell’epoca fascista» nel luogo «dove ebbe le sue origini gloriose» – è stato accompagnato da infinite polemiche. 

Polemiche che sicuramente vedranno una nuova fiammata, ora che dalle parole si passa ai fatti, con l’aggiudicazione della progettazione definitiva ed esecutiva del restauro e della rifunzionalizzazione della struttura. Il servizio – che include anche la direzione lavori e il coordinamento per la sicurezza – è stato aggiudicato alla cordata guidata dalla società romana Studio Valle Progettazioni, in raggruppamento con gli studi professionali dell’architetto Giancarlo Gatta e dell’ingegnere Alberto Gentili(entrambi con sede a Forlì), oltre a ingegnere Giuseppe Gaspare Amaro e alla società Sqs Ingegneria. La competizione, mandata in gara dall’Unione dei comuni della Romagna forlivese, ha visto un confronto tra 17 cordate ammesse. La fase di restauro del complesso sarà condivisa con la Soprintendenza, sia in generale per il valore storico dell’edificio, sia anche per la salvaguardia e valorizzazione dei materiali di pregio utilizzati. Per le pavimentazioni, per esempio, sono stati impiegati vari tipi di ceramiche, graniti e marmi pregiati, come il cipollino verde, il bardiglio di Carrara, il marmo rosa di Cagli, o il marmo rosa Calacatta Vagli. Un altro aspetto del recupero è quello dell’efficienza energetica, che prevede l’applicazione di un cappotto, oltre al rifacimento di intonaci e tinte. La progettazione sarà realizzata in Bim. Al momento, il progetto di valorizzazione dell’immobile prevede uno spazio da dedicare al museo permanente (su due livelli), arricchito da un centro di documentazione sul ‘900 e da una biblioteca-emeroteca-fonoteca-videoteca. Previsto anche un bookshop, un punto ristoro, varie sale polivalenti e una sala per convegni. L’edificio ospiterà anche gli uffici di un apposito comitato scientifico e della fondazione che gestirà il museo.

di Massimo Frontera

Edilizia & Territorio Il Sole24 Ore Casa del Fascio 2019